Confrontando le più recenti offerte di mutui da parte delle banche italiane, emerge un dato molto interessante che riguarda lo spread: gli istituti finanziari applicano spread più bassi anche dello 0.6% ai tassi fissi rispetto ai variabili e si tratta di un divario record da quando è stato introdotto l’euro. Di solito infatti accade che lo spread sia 10/15 punti base più elevato sul fisso rispetto ad un mutuo variabile della stessa durata, dato che il tasso fisso è a livello tecnico più rischioso per le banche, poichè non è dato di sapere sulla lunga gettata quali saranno gli sbalzi sul costo del denaro.

Perchè le banche rinunciano ad una fetta di spread?

Questa nuova tendenza spinge i clienti a scegliere il mutuo a tasso fisso rispetto al variabile e la domanda diventa: come mai le banche spronano la sottoscrizione di questo tipo di prodotto tanto da sacrificare buona parte del proprio spread (guadagno)?

Due appaiono le risposte possibili: la prima motivazione plausibile è che la banca cerchi di prevenire potenziali futuri traslochi dei propri mutui verso altri istituti di credito (il ben noto fenomeno delle surroghe) in cerca di condizioni economiche migliori. La seconda opzione è invece che le banche non prevedano particolari fluttuazioni al rialzo dei tassi, situazione che renderebbe il tasso fisso conveniente per il debitore e meno auspicabile per la banca.

È necessario ricordare comunque che la banca può aggiustare discrezionalmente lo spread applicato al tasso in funzione del rischio rappresentato dal singolo cliente: la persona che chiede un mutuo del 50% del valore dell’immobile che deve acquistare, appare molto più affidabile rispetto a chi domanda un mutuo dell’80%, ma in ogni caso una volta stipulato, per esempio un contratto di mutuo fisso per 30 anni, tutte le condizioni rimarranno invariate per l’intera durata, e se i tassi aumentano, le cose per la banca potrebbero mettersi male.

La convenienza delle banche

Risulta quindi chiaro che se la banca deve da un lato rendere subito disponibile la cifra totale pattuita nel mutuo, dall’altro valuta che durante il (lungo) periodo in cui percepirà le rate di restituzione per capitale ed interessi potrà contare su altre disponibilità di capitali da investire. Inoltre, avendo raggiunto i minimi storici assoluti per i tassi, il rischio di perdere il cliente con una surroga è praticamente pari a zero (della serie: statisticamente, i tassi possono solo aumentare da questo momento in poi).

L’istituto finanziario potrà quindi far affidamento con una larga probabilità di vedersi restituiti capitale e ricevere interessi su un periodo più lungo. Il tasso fisso inoltre garantisce un accesso più agevole per le famiglie che conoscono prima l’importo della rata e possono gestire al meglio il bilancio familiare, minimizzando il rischio di non poter rimborsare puntualmente il debito.

Quale tasso scegliere? Dipende dalla durata del mutuo

Se quindi il tasso fisso appare come conveniente per la banca, non è detto che questo valga anche per il mutuatario: il tasso fisso è consigliabile nei periodi di elevata inflazione come quello attuale, ma la tendenza alla crescita dei tassi andrà valutata e bilanciata sulla durata del prestito. Al giorno d’oggi, considerando che gli interessi si pagano prevalentemente nella prima metà dell’ammortamento, un mutuo di 10/15 anni risulta vantaggioso se sottoscritto a tasso variabile, poichè non si prevedono drammatiche fluttuazioni nel prossimo decennio. Invece per un mutuo da 20 a 30 anni aumenta la componente rischio sull’andamento dei tassi, ed il tasso fisso può essere la scelta più razionale dal punto di vista finanziario.

Resta poi inteso che a parte analisi di mercato più o meno accurate, la scelta del muto va fatta anche in funzione della propensione al rischio del potenziale debitore, nel senso che se non si è una persona che sa gestire, anche a livello psicologico, eventuali fluttuazioni dei tassi, allora l’unica scelta rimane quella del fisso, che in ultima analisi è l’unico prodotto che vi farà sempre dormire sonni tranquilli.

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