Da diverso tempo ormai tutti gli indici maggiormente usati dalle banche per il calcolo delle rate sono ai minimi storici, abbiamo infatti il Bce allo 0,75%, l’Euribor a tre mesi allo 0,21% e l’Irs a venti anni sul 2,29%, ma nonostante questo i tassi finiti che vengono applicati ai nostri mutui continuano ad essere onerosi, sopratutto se paragonati a quelli delle altre nazioni europee incluse quelle che come noi non se la passano bene in termni sia di economia reale che di debito pubblico.

Sono recenti infatti i dati che mettono in luce come agli italiani i mutui costano in media di più rispetto ai vicini dell’eurozona (4,05% contro 3,35%), anche in Spagna, per esempio, accendere un finanziamento costa in media il 10% in meno; su un’ipotetico erogato di 100 mila euro da rimborsare in 20 anni a tasso variabile la differenza sulla rata tra Italia e Spagna sarebbe oggi di circa 50 euro, che spalmati su tutte le rate sono una discreta sommetta.

Da noi il problema sono ovviamente gli spread che rappresentano il guadagno della banca; siamo ancora su una media di commissioni applicate di circa il 4%, 2,90% nel migliore dei casi per prodotti variabili, ed è proprio questo aspetto che ci porta a spendere di più d’interessi totali sul mutuo.

Anche dopo i miglioramenti registrati negli ultimi tempi sui mercati interbancari gli istituti sembrano ancora avere un’atteggiamento attendista e di ridurre le commissioni non se ne parla ancora; novità positive, anche se non così marcate, potrebbero esserci con le nuove riformulazioni delle offerte, di solito effettuate dalle banche nel periodo di fine febbraio inizio marzo, nell’ambito delle quali gli operatori prevedono piccoli tagli agli spread, nell’ordine di 10-30 punti base, livelli questi certo ancora lontani da quelli pre cirsi quando era possibile trovare spread anche al di sotto dell’1%.

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