La nuova versione del regime fiscale unico forfettario (cedolare secca) per i redditi da locazione d’immobili, pensata dal Ministro calderoli modifica la precedente applicando due diverse aliquote in funzione del tipo di contratto, e rispettivamente il 23% sui contratti a libero mercato, ed il 20% su quelli a canone concordato (cioè quei contratti per i quali il canone di locazione viene prefissato in base a dei valori da individuare tra un minimo ed un massimo stabiliti dai comuni di concerto con le associazioni d’inquilini e proprietari).

Fino ad ora il canone concordato sta avendo un buon successo in diverse zone d’Italia, in quanto vi sono vantaggi sia dal punto di vista del locatore che del conduttore.

Con l’eventuale inserimento nella cedolare secca di una doppia aliquota, pensata proprio per incentivare l’utilizzazione di questo tipo di contratto, la situazione potrebbe cambiare in quanto a conti fatti locare con il concordato non conviene più.

Infatti l’Unione degli inquilini ha fatto notare con un esempio pratico come cambiare le aliquote provocherebbe l’effetto inverso a quello desiderato. Supponendo la locazione di un immobile da parte di un proprietario con reddito di 30 mila euro ad un canone annuo di 8400 euro (700 al mese), con il contratto libero risparmierebbe solo 77 euro, mentre con quello concordato perderebbe circa 300 euro.

Più si sale di reddito (considerando sempre lo stesso canone di locazione) e più il divario risparmio con contratto libero e con contratto concordato aumenta.

Quindi all’atto pratico il morale della favola è che a rimetterci saranno i piccoli investitori con basso reddito ai quali non conviene il concordato, e di conseguenza anche gli inquilini troveranno i canoni aumentati dai proprietari che per rientarre dell’aliquota al 23% aumenteranno la richiesta.

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